Siamo lieti di presentarvi la tortuosa storia
del barbaro che arriverà a Tristram il 15 maggio. Buona lettura!
- - -IL VIANDANTE- - -
di CAMERON DAYTON
PAURA
Sua sorella morta arrivava al tramonto. Sempre al tramonto.
Si alzò e guardò il sole scomparire dietro le montagne, mentre il cielo s'illividiva e le ombre si allungavano nella notte. Era il momento in cui il sussurro della brezza serale portava uno strascicato raspare di piedi. I piedi di lei... gelidi e bianchi, i tendini logorati e le ossa incrinate da innumerevoli miglia di roccia ricamata di brina. Non importava quanto Kehr avesse viaggiato quel giorno, quanti fiumi avesse guadato o quanti dirupi avesse scalato. Al tramonto lei arrivava.
L'enorme uomo si occupò del fuoco, mentre il suono strascicante si avvicinava. Da quando era disceso nelle Brughiere di Sharval, la legna da ardere era diventata più abbondante, e Kehr cercò di trarre conforto dal pensiero del cibo caldo dopo settimane di carne di cervo essiccata. Era un povero tentativo di rallegrarsi, e lo sapeva benissimo. I passi zoppicanti portavano con loro un gelo penetrante, una sensazione liquida di ghiaccio e orrore che lambiva e s'increspava contro la sua pelle. Si arrestarono nell'oscurità appena oltre la luce del fuoco.
Kehr non voleva alzare lo sguardo; non voleva rivolgerle la parola. Ma lei se ne sarebbe andata solo quando lo avesse fatto. Aspettò che il fuoco crescesse fino a diventare un falò crepitante, e si raddrizzò, sospirando profondamente nella fredda aria del crepuscolo.
"Di' quello che devi dire, Faen. Dillo, e vattene."
La figura mosse un passo incerto verso la luce, poi un altro. Kehr fissò le fiamme, sentì la propria mano muoversi verso la cicatrice che gli segnava il petto. Un altro passo, e apparve al di là del fuoco. Un ciocco scivolò, scoppiettò, e mandò faville nell'aria. Kehr si costrinse a seguire con lo sguardo le scintille incandescenti... a distoglierlo dal fuoco e riconoscere la presenza di quella cosa che era stata sua sorella. Glielo doveva.
Il calore stava già sgelando la carne pallida di lei, e l'odore dolciastro e nauseabondo di putrefazione s'intensificò. Seguire il fratello per interminabili settimane aveva devastato l'aspetto grigio e dinoccolato di Faen, e il fratello quasi non la riconobbe.
Gli occhi di lei erano pozze nere, ombre profonde al posto dell'azzurro ch'egli ricordava. I resti delle trecce dorate della sorella pendevano ai lati del cranio in cinerei grovigli, e una di quelle masse arruffate, fradicia e appesantita, stava strappando la pelle. La fissò mentre la cute giallastra si lacerava, lasciando cadere al suolo capelli e tessuti marci con un tonfo acquoso. Le sue membra sottili tremavano nel vento; i gomiti scheletrici sporgevano dalla pelle simile a pergamena bagnata. Kehr si chiese se Faen sentisse ancora qualcosa. Lei si piegò in avanti e gli puntò verso il petto un dito ossuto e tremante.
"Kehr. Kehr Odwyll."
Come poteva ancora parlare con quella bocca decomposta? Con la mascella che pendeva e la lingua nera così gonfia e rigida da premerle contro la guancia sbrindellata? Come poteva essere lì, squassata da un'ira morbosa, dopo essere stata seppellita sotto la parete di granito spezzata dell'Arreat tanti anni prima? Kehr sapeva che non sarebbe dovuto tornare, sapeva che non c'era perdono per lui in quelle lande devastate. Non era riuscito a trovare la strada tra le gole boscose della sua terra e aveva trascorso lunghi giorni a vagare senza meta in mezzo a colline strane e irregolari. La valle della tribù del Cervo un tempo era verde, accogliente e familiare. Adesso tutto era cambiato. Tutto era perduto.
Ma Faen lo aveva trovato. Lo aveva trovato e lo aveva seguito mentre scappava.
"Kehr Odwyll. Traditore. Traditore!"
SORELLA
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Il sole del mattino arrivò troppo presto, e il fuoco non era riuscito a evitare che il gelo entrasse nelle ossa di Kehr. Spinse di lato il suo spesso mantello di pelle d'orso e si alzò, stirando i suoi due metri e mezzo di muscoli e cicatrici. Nel corso degli anni Kehr aveva adottato l'abitudine, comune nelle isole Skovos, di rimuovere barba e capelli con una lama affilata. La tradizione aveva senso in quelle terre calde e soleggiate, e lo aveva fatto sentire meno estraneo. Ma qui il vento freddo sulla pelle nuda gli ricordava quanto fosse lontano da quei luoghi. Erano bastate poche settimane sotto quei cieli invernali per far rimpiangere a Kehr la barba incolta e le lunghe trecce che aveva portato in gioventù. Passò le dita ruvide sui corti peli che aveva sul mento e si domandò se Tehra lo avrebbe riconosciuto.
Il pensiero della sua donna provocava ancora una stretta dolorosa che gli scavava nel petto. Non era tristezza o colpa o struggimento: non del tutto. Era il dolore di un errore, avvolto in un tessuto ruvido e nel rimpianto. Un errore che non avrebbe mai potuto essere corretto, che poteva solo essere avvolto ancor più strettamente, così da affievolire la pena, o almeno allontanarla. Kehr scosse la testa.
Il viaggio di ritorno sarebbe stato lungo. Il golfo della Marca Occidentale si trovava a sud oltre i monti Kohl, e da lì Kehr sapeva che sarebbe stato possibile trovare un passaggio su un mercantile attorno alla penisola. I mercanti erano sempre ben disposti ad assoldare gente forzuta per sorvegliare il carico, in modo da essere liberi di visitare i bordelli lungo la rotta. Kehr parlava il linguaggio mercantile di Therat, di Lut Gholein e delle isole; poteva convincere un potenziale datore di lavoro che, nonostante le sue dimensioni, non era uno di quei selvaggi primitivi delle Terre del Terrore, ma un mercenario di origini più civilizzate. Dopodiché sarebbe stato facile veleggiare oltre la Marca Occidentale, giù oltre Porto del Re, e quindi a Philios. E là... be', là lei attendeva il suo ritorno. C'erano dolci colline e musica allegra; c'erano vino, carne, risate, e braccia sottili e accoglienti. Là poteva dimenticare i suoi doveri e il freddo, logorante senso di rimpianto.
Perché era venuto qui? Per trovare la sua gente? Per implorarne il perdono? Be', loro avevano trovato lui. O almeno lo aveva fatto Faen.
Mentre con il piede gettava terra sui resti fumanti del fuoco, Kehr cercò di scacciare dalla mente il ricordo della notte precedente e di concentrarsi sulla prossima tappa del viaggio. I picchi che lo attendevano erano imponenti, ma erano ricchi di foreste, erano abitati, vivi: un piacevole cambiamento rispetto ai consueti morti... un piacevole cambiamento dopo le settimane appena trascorse. Kehr si portò la mano al petto.
Questa volta non tradiva nessuno, si disse. Non stava sfuggendo al suo dovere, perché coloro che definivano tali obblighi erano scomparsi. Stava abbandonando una terra vuota che non aveva più diritti su di lui. Kehr aveva sperato di farsi perdonare, di trovare un modo per alleviare il senso di colpa che lo divorava. Invece aveva trovato silenzi colmi di echi e una nuova, gelida dimensione di disonore che gli torceva le viscere a ogni nuova visita di Faen. Nella sua testa ripeteva in continuazione la stessa cosa: non tradiva nessuno. Non questa volta.
Oltre la cresta successiva, Kehr avrebbe ritrovato il serpeggiante sentiero di caccia che aveva seguito due mesi prima, durante il suo viaggio verso quei luoghi. Poi sarebbe bastato unirsi a piste più ampie che si incrociavano sul versante nord del Kohl, fino a quando avesse raggiunto il Sentiero di Ferro.
Il Sentiero di Ferro. Era un'antica strada, decadente residuo di un impero perduto i cui domini si estendevano dai deserti di Aranoch al Mare Ghiacciato. Lastricato con ampi blocchi di scisto ferroso color della ruggine, il Sentiero di Ferro correva ampio e dritto dalle gelide lande di Ivgorod, attraverso il dorso dei monti Kohl, e giù fino alle colline occidentali di Khanduras. Una volta era stato un'arteria vitale per il commercio e le truppe imperiali, e permetteva di attraversare le alte e affilate montagne in settimane anziché mesi. Cosa ancora migliore, la strada era caduta in disuso molti secoli prima. Adesso era in gran parte abbandonata e dimenticata: i re, capi e signori della guerra del settentrione trattavano poco con i loro vicini durante quei tempi caotici. La distruzione di Arreat aveva portato la paura nel cuore delle nazioni circostanti, e la maggior parte aveva scelto di chiudere le porte, rinforzare le mura e lasciare che il mondo oltre i loro confini divenisse ogni giorno più selvaggio.
Ciò significava che sulla strada non avrebbe incontrato né viaggiatori né banditi. Sebbene Kehr potesse affrontare entrambi senza problemi, preferiva camminare in solitudine. Sollevò il suo massiccio spadone, Disprezzo, e se lo posò sulle spalle; poi si voltò e si incamminò verso le colline in attesa.
Trascorsero altri dieci giorni di duro cammino. Dieci tramonti, altre dieci visite di sua sorella. Una delle sue braccia era stata divorata dai saprofagi; ora il cranio era completamente esposto e le ossa stavano ingiallendo. Ma era ancora Faen. Ancora la sua voce. Ancora le sue parole di condanna. Si domandava se si sarebbe mai abituato all'orrore della sua presenza rivoltante. Si domandava se avrebbe dovuto farlo.
Kehr temeva che Faen potesse seguirlo attraverso i Mari Gemelli, che potesse inseguirlo addirittura fino a Philios. Un'idea si affacciava in continuazione nella sua mente, un'idea che lottava per farsi sentire: e se l'avesse colpita? Cosa sarebbe successo se l'avesse trapassata con la sua possente lama, trasformando quella figura scheletrica e tremante in una pila di ossa spezzate e carne decomposta? L'avrebbe liberata, con quel gesto, dal suo tormento? Se ne sarebbe liberato lui?
Kehr strinse con forza la pelle d'orso intorno alle spalle. No. Non poteva fare una cosa del genere a Faen, a sua sorella. Si era meritato quelle parole, si era meritato il suo odio. Era degno di quelle sferzate.
Scosse la testa per scacciare l'oscurità. I suoi lunghi passi e la terra che retrocedeva sotto i suoi piedi gli davano sollievo. Era mosso dal desiderio di lasciarsi alle spalle quelle lande, o da quello di tornare a climi più accoglienti? Non lo sapeva, ma stava affrontando quella tappa del suo viaggio a velocità notevole. Il Sentiero di Ferro era poco più avanti e la sua andatura si sarebbe fatta ancora più rapida una volta raggiunta quella pavimentazione regolare. Presto tutto sarebbe stato dimenticato. Presto tutto sarebbe stato dietro di lui, e forse Faen sarebbe rimasta lì, nella gelida desolazione alla quale appartenevano i morti.
Kehr sospirò, cercò di rivolgere i suoi pensieri al vino, alla luce del sole e al suono cadenzato delle onde sulla sabbia. Il suo stomaco brontolò. Aveva mangiato gli ultimi avanzi di carne essiccata due giorni prima e la selvaggina era più scarsa di quanto avesse sperato. Il suo unico pensiero era stato lasciare quelle terre, lasciare la sua patria distrutta con la massima rapidità possibile. Capì che doveva fare qualche sforzo per procurarsi del cibo.
Cinque respiri dopo, le sue meditazioni vennero interrotte da un grido... e poi grida. Venivano dalla strada davanti a lui, da una macchia di robuste querce che crescevano ai margini del Sentiero di Ferro alle altitudini inferiori.


