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L'inflessibile e il Patriarca

Jacktimothy18 apr 20129 min lettura
Dopo il video di presentazione del monaco, vi riportiamo qui l’avvincente storia di Zhota, il monaco veradano. Buona lettura! Nelle fredde terre settentrionali di Ivgorod, nascosti tra i picchi dei monti Kohl, che dalle Brughiere di Sharval s’innalzano verso le ombre delle Terre del Terrore, si trovano i monasteri dei monaci veradani. Oltre a ospitare un notevole esercito di guerrieri, insegnanti e accoliti, queste austere e remote strutture custodiscono la saggezza collettiva raccolta dall’ordine nel corso dei secoli. I monaci veradani sono il braccio armato della fede Sahptev: sacerdoti-guerrieri che seguono le divine istruzioni dei loro Patriarchi, i signori di Ivgorod. Nota come la “città dei Patriarchi”, Ivgorod è retta da un’oligarchia religiosa il cui dominio, in ere passate, si estendeva fino ai deserti di Aranoch. Le devastazioni della guerra e l’instabilità politica hanno da allora progressivamente eroso tale potere, e oggi la città santa è tutto ciò che resta di questa grande e antica civiltà. I monaci di Ivgorod suscitano curiosità tra i popoli dei regni occidentali, abituati a indossare in battaglia protezioni di cuoio e acciaio. Rifiutano il peso delle armature e si affidano alla velocità sovrannaturale e ai riflessi fulminei per evitare gli attacchi. Sulla fronte portano due cerchi scarlatti, il simbolo che dimostra la comprensione del necessario equilibrio tra luce e oscurità, nonché icona dell’ordine veradano. Il monaco è un guerriero che combatte per la luce ma che comprende l’oscurità, e che utilizza tale conoscenza per annientarla. Oggi, mentre le forze demoniache si levano in tutto il mondo, i Patriarchi hanno inviato i loro discepoli più preparati a purificare la fonte stessa del male e a imporre il sacro volere dei mille e uno dei Sahptev.      

L’inflessibile

di Matt Burns

 
“Quando soffia il vento del male, l’albero che si piega si spezzerà.” Zhota non riusciva a togliersi dalla mente le parole d’addio di Akyev. Lo perseguitavano a ogni passo da settimane. Durante il giorno, il ricordo della voce del maestro era solo un sussurro, ma quando calava la notte raggiungeva un’intensità febbrile. Anche quella notte era così... Quella notte, lo sapeva, sarebbe stato messo di nuovo alla prova. I venti soffiavano rabbiosi, ululando attraverso la Gorgorra come l’ultimo, gelido alito di un dio morente. Il freddo trapassava con i suoi artigli le fusciacche verdi, bianche e blu che indossava e gli penetrava le ossa fino al midollo. Negli anni passati aveva sopportato senza battere ciglio le taglienti folate provenienti dai monti che circondavano il Monastero Fluttuante, ma questo vento era diverso. Portava con sé un’urgenza che lo riempiva di inquietudine, come se gli dei della foresta stessero tremando dalla paura. Zhota camminava ai margini dell’accampamento, percuotendo il terreno coperto di licheni con il suo bo, il lungo bastone dei monaci. Pini e betulle rivestiti di muschio torreggiavano intorno alla radura dove si era fermato per la notte, insieme a una quercia incredibilmente antica. I suoi grandi rami nodosi si inarcavano su tutto l’accampamento, come per proteggerlo. I due uomini accanto al fuoco erano ancora addormentati, avvolti strettamente in logore coperte di lana. Aveva sperato di poter trascorrere la notte in solitudine, ma i profughi avevano rovinato le sue intenzioni quando lo avevano incontrato appena prima del tramonto. Il desiderio di negar loro un posto nell’accampamento era stato forte, ma il maestro di Zhota gli aveva esplicitamente proibito di rifiutare ospitalità a eventuali viaggiatori. “Accogli tutti a braccia aperte, ma che il tuo cuore rimanga in guardia,” aveva ordinato Akyev. “Osservali attentamente, perché se sono corrotti da un dio del caos, faranno il possibile per evitare il tuo sguardo.” E così Zhota aveva obbedito e aveva esaminato accuratamente gli stranieri. Non fu difficile capire che erano liberi dalla corruzione. I due uomini, macilenti e dagli occhi stanchi, erano un uomo anziano e suo figlio ventenne, gli unici sopravvissuti all’attacco di una banda di crudeli khazra. I ributtanti uomini capra avevano colto di sorpresa il loro villaggio e lo avevano ridotto a un cimitero fumante. Gli uomini provenivano da un’area della Gorgorra che aveva forti legami religiosi e culturali con Ivgorod, e stavano fuggendo a nord verso la sicurezza della città. Malgrado gli orrori che avevano affrontato, padre e figlio erano pieni di speranza e credevano che l’incontro con Zhota fosse un segno che il dio del destino sorrideva su di loro. Si era sentito quasi crudele ad ascoltare le ciance sulla vita che avrebbero condotto una volta al sicuro entro le mura di Ivgorod: in cuor suo sapeva che probabilmente sarebbero morti prima di raggiungere la città. Mentre si preparavano a dormire, i due avevano offerto quanto restava delle loro misere provviste in cambio del permesso di condividere l’accampamento di Zhota. Questi aveva educatamente dissimulato il desiderio di accettare, per poi rifiutare il dono. La verità era che non voleva avere nulla a che fare con i profughi. Aveva imparato a non affezionarsi troppo a coloro che incontrava nella Gorgorra, per timore che potessero diventare ostacoli. “Allora daremo agli dei il doppio del tributo,” il padre aveva replicato, con tono gentile. “Ci hanno concesso la grazia di incontrarvi, sant’uomo. Nulla nella Gorgorra è ciò che sembra.” No, avrebbe voluto rispondere Zhota. Nemmeno io. Le parole dell’uomo sulla foresta erano fin troppo vere. Zhota era cresciuto ascoltando i molti racconti sull’antica Gorgorra che si estendeva a sud di Ivgorod. Anche gli alberi più giovani erano già incredibilmente antichi quando i monaci avevano fondato il loro ordine. Qui, gli era sempre stato insegnato, l’equilibrio tra i mille e uno dei dell’ordine e del caos era immutabile. Si chiese cosa avrebbero detto i monaci più anziani se avessero visto il crogiolo d’ombre in cui la foresta si era trasformata. Zhota continuò a camminare intorno al campo, ripetendo un mantra che rendeva la mente più ricettiva ai boschi circostanti, dove il suo sguardo non arrivava. Percepiva qualcosa che si stava muovendo nei recessi della foresta, una presenza che aveva scoperto per la prima volta poco dopo il tramonto. Lentamente, quasi metodicamente, era diventata più forte ogni ora che passava, come se si stesse avvicinando all’accampamento. Zhota si sentiva pungere la pelle da mille aghi: la sensazione di essere spiato da ogni direzione da centinaia di occhi, mentre l’aspetto degli osservatori rimaneva ignoto. Fatto ancora più preoccupante, nessun dio dell’ordine della foresta aveva risposto alla preghiera di rivelare l’origine della presenza. Gli dei erano indifferenti... inaffidabili. Erano così da settimane, da quando un fuoco celeste aveva incendiato l’aria sopra Ivgorod ed era caduto da qualche parte a sud del regno. Dopo questo evento, gli dei del caos e i loro servi demoniaci avevano iniziato a muoversi nella foresta come predatori, mentre i briganti saccheggiavano indisturbati i villaggi isolati nella Gorgorra. C’erano decine di nomi e spiegazioni diverse per la cometa, ma tutte le versioni avevano una cosa in comune: era il segno che stava per accadere qualcosa di terribile. E in nessun altro luogo le ombre erano intense come nelle vaste, fitte foreste montane che lo circondavano. Non era compito di Zhota scoprire quale fosse il reale significato del fenomeno. Un altro membro dell’ordine, un monaco senza pari di cui aveva grande rispetto, era stato inviato a scoprire qualcosa di più sul fuoco caduto dal cielo. La notte si fece più fonda e Zhota divenne più inquieto. Sembrava che la forza profana in agguato nei boschi, qualunque cosa fosse, si stesse divertendo con lui. La sua mano seguiva le centinaia di glifi e proverbi incisi sul bastone. Serpeggiavano intorno all’arma, da un’estremità all’altra, formando disegni intricati, ognuno a ricordo di una delle lezioni di addestramento. Zhota ripeteva le iscrizioni, sperando in qualche idea o intuizione. Invece gli riportavano alla mente i suoi fallimenti quando era stato sotto la tutela di Akyev. Stava recitando sottovoce le lezioni quando il vento si smorzò in un sussurro. In lontananza, un secco schiocco, simile a legna che crepitava nel fuoco, riecheggiò per tutta la Gorgorra, seguito da un altro, e poi un altro. Gli strani rumori inizialmente provenivano da punti sparsi e distanti, ma crebbero rapidamente in intensità e frequenza, e infine lo raggiunsero da tutte le direzioni intorno all’accampamento. Zhota fece uno sforzo per scrutare nell’oscurità, mentre i rumori crescevano in un tumulto assordante di cespugli abbattuti e legno spezzato. Vide file di rami, appena al di là della radura, tremare e quindi esplodere in nubi di schegge, in un’onda che avanzava verso di lui e i profughi a ogni esplosione successiva. Il movimento si fermò ai margini dell’accampamento. Una quiete mortale scese sulla foresta.   Il vecchio e suo figlio si alzarono faticosamente dai loro giacigli, intontiti dal sonno. “Cosa succede?” biascicò il padre. Zhota lo zittì con un gesto della mano. Si mosse lentamente verso l’oscurità, un nero abisso immobile e informe, ma greve della presenza, ora lo comprendeva, di seguaci degli dei del caos. Sebbene non potesse vederli, erano così vicini che avrebbe potuto toccarli. Erano ovunque: nella terra, nell’aria, tra gli alberi. Negli alberi. In quello stesso istante il suolo si sollevò sotto i piedi di Zhota. Una massa di radici esplose verso l’alto in una pioggia di terra umida, scagliando il monaco in aria. Attutì la caduta rotolando e si trovò inginocchiato dalla parte opposta dell’accampamento. Gli alberi intorno a lui ondeggiarono ed estesero i rami, scricchiolando e gemendo come giganti che si risvegliavano dopo eoni di sonno. Movimenti irregolari saettarono per tutto l’accampamento alla fioca luce del fuoco; una moltitudine di radici serpeggiava e si innalzava dal suolo frustando ciecamente l’aria in cerca di Zhota e dei profughi. “Restate accanto al fuoco!” ordinò seccamente Zhota agli altri uomini. Padre e figlio si affrettarono ad afferrare tronchi infuocati dal falò e iniziarono ad agitare le torce improvvisate verso le radici esposte che avevano raggiunto il centro dell’accampamento. Zhota caricò un pino che si ergeva nelle vicinanze, spazzando le radici che cercavano di attorcigliarsi ai suoi piedi. Attaccò l’albero con una raffica di colpi di bastone e quindi colpì violentemente il tronco con il palmo aperto. Delle spaccature si diramarono dalla sua mano e salirono avvolgendo il pino. Balzò all’indietro, mentre il tronco esplodeva in un diluvio di schegge e la parte superiore dell’albero si rovesciava addosso a una betulla poco distante. Nonostante avesse distrutto il pino, Zhota percepiva che il demone che lo aveva posseduto non era ancora morto. Il potere della lurida presenza sembrava solo diminuito. Aprì la mente agli alberi che circondavano l’accampamento. Erano tutti corrotti, ma erano anche burattini controllati da un’unica e