Ci sono voluti giorni per scrivere questa testimonianza di ciò che è stata l’avventura hardcore di un’intera community. Perché è chiaro: quando il gioco non ti offre più prospettive, dopo aver collezionato centinaia di ore di gioco, ucciso elite e craftato materiale tanto da poter aprire una bancarella che si estende dal lato est di Caldeum a quello ovest, facendo affari e diventando miliardario, cos’altro puoi fare? Si potrebbe cambiare classe, run, equipaggiamento, build, giocare bendati, fare corse a ostacoli oppure giocare con i piedi. Ma comunque, mancherebbe qualcosa.
In hardcore o vinci o perdi: non puoi resuscitare come un personaggio dei Looney Tunes dopo una morte coreografica con tanto di effetti sonori e grafici di tutto rispetto, e con la morte perdi tutto. Il che è una prospettiva scomoda e alquanto retrò, ma non ci è dato sapere perché il morto in hardcore di Diablo III si porti i suoi oggetti con sé nell’aldilà. Chi vi scrive pensa ancora al suo fu barbaro con gli stivali rosa, che magari li porta, orgoglioso, anche nel Valhalla. O forse anche no.
Quando un’intera community si converte alla modalità della morte permanente, quella per veri duri, per gli uomini che non devono chiedere mai, come recitava un vecchio spot televisivo, inizia un complicato rapporto tra il giocatore e il personaggio giocato, il proprio computer, l’ambiente in cui si trova, gli agenti atmosferici che interessano la zona da lui abitata, il suo party e l’universo intero come parte di una grande colpa: perché questo fottuto gioco riacquista un dannatissimo fascino quando la vita è solo una?
Ogni mossa è studiata e addio al multitasking; l’ansia alla vista di un caduto maniaco sale a livelli da Valium-intera-boccetta-grazie e... i compagni di party diventano una spalla o un fratello da difendere.
E poi c’è la community. Croce e delizia.
Il contest appena passato ci insegna che un pizzico di competizione basta a trasformare dei normali giocatori stanchi e delusi dal proprio videogioco preferito, da vacanzieri alle prese col mare, a mostri assetati di livelli paragon, coreani sottopagati per cliccare senza sosta davanti al computer. Quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare, dice la saggezza popolare, e quando si mette un’intera comunità di nefilim sopiti dentro corazze di persone all’apparenza normali uno contro l’altro, ci si aspetta di tutto e di più. Ma quali sono le fasi che un giocatore affronta in hardcore? Quale tipologia di persona è e in cosa si trasforma dopo la creazione dello stesso?
All’inizio si sceglie ovviamente il personaggio con cui ci si sente più a proprio agio in softcore, quello che si conosce meglio, e lo si battezza con un nome cazzuto. La scelta del nome non è così semplice come lo fa sembrare la schermata: non è una casella di input, è un documento dell’anagrafe di Nuova Tristram. Le glorie del personaggio verranno ricordate in eterno, e battezzarlo con un nome random non sembra il caso. Perciò dopo due ore ci si ritrova su Wikipedia a cercare eroi finlandesi che nemmeno Odino sembra conoscere, e soddisfatti del risultato, si preme invio. Il giocatore sbadato lo creerà in softcore, e se ne accorgerà quando si fermerà la colonna sonora epica che aveva canticchiato per tutto il parto del personaggio.
I primi minuti scorrono con facilità, così come le prime ore. I drop sono quelli che sono e ci si domanda perché nella vita reale non si possa andare in giro per il mondo a raccogliere soldi da terra. O magari, perché nessuno degli eroi che difende numerose città percepisca uno stipendio, magari stage, part-time, mezza giornata. Ma qualcosa per sostenere le spese di un equipaggiamento che senza mamma Visa e papà Mastercard sembra essere dannatamente costoso in termini di fatica. Si fa presto a dire clicca, si fa tardi a dire lag, che il tempo che la si pronuncia potrebbe aver già colpito.
Non ho le lag.
Alla lag, la malattia peggiore che affligge i giocatori Hardcore, si attribuiscono milioni di morti, ma secondo studi statistici solo il 30% dei cadaveri ritrovati viene ucciso da un terribile rallentamento fatale del battito cardiaco dell’eroe. I fattori psicologici che inducono il giocatore ad asserire che il proprio personaggio sia morto a causa di lag sono complessi e sostanzialmente sottintesi in una frase: “mi vergogno d’esser nabbo”.
La lag colpisce determinati individui:
- Giocatori muniti di chiavetta;
- Giocatori sul monte Sinai che non dispongono di una rete ADSL;
- Giocatori nel bel mezzo di eventi atmosferici da loro non controllabili che potrebbero favorire blackout parziali o totali;
- Giocatori che non si rendono conto di essere a MP10 Inferno, vestiti con un’armatura craftata da Giovanni Muciaccia con chili di carta igienica e colla vinilica, che si ritrovano nel fortilizio di Atto III;
- Giocatori che “sì, mamma, arrivo a cen...”
- Giocatori che “ehy ciao, come stai! Da quanto tempo non entra...”
- Giocatori che si buttano nella mischia pensando di essere nella discoteca più **** di Nuova Tristram. L’affisso dell’elite è Danno Arcano, non John Travolta.
W la vida! Y la muerte...
Che sia una malattia, un virus intestinale o Diablo in persona a farlo fuori, il giocatore umano non reagisce bene alla dipartita del suo amico virtuale.
Le reazioni sono varie: dalle risate isteriche al “vabbè, è solo un gioco”, frase tattica che cela in realtà uno degli stati di tristezza più intensi, con tanto di Laura Pausini in sottofondo e un orsacchiotto di peluche da abbracciare in lacrime, rannicchiati in un angolo della casa; per poi non parlare del polemico “questo gioco che non ha la modalità offline fa schifo!”, “questo gioco con questo sistema di drop fa schifo!”, “il mio party durante l’ora del mio decesso faceva schifo!”, che in confronto Vittorio Sgarbi sembra una persona tranquilla ed educata.
Poi ci sono quelli che al paragon non ci arrivano mai, o quelli che hanno preso gusto a ricominciare da capo ad ogni morte, come quel partecipante ai quiz televisivi che non vince mai il montepremi della serata ed è costretto a ritornare il giorno dopo.
Conclusioni
Hardcore è adrenalina, gioco di squadra e gioco tattico. Hardcore è un mouse puntato sul nemico mentre in sottofondo senti in crescendo la sigla dei Polaretti. Hardcore è trovare nuovi amici e scambiarsi di nuovo oggetti magici con una proprietà, vestirsi con ciò che offre il nemico appena ucciso ed esaltarsi alla vista di un fascio di luce, gridando e saltellando per la stanza. Oh, anche questo può essere motivo di morte, perciò bisogna sempre essere in città prima di effettuare gesti inconsulti e variopinti nella vita reale.
Ma tanto, se si muore, è tutta colpa della lag.
